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Il Cammino della legalità dopo le grandi stragi di mafia di Aldo Fornari

Il giorno 3 aprile 2009 si tenuto in Bari, presso la Sala Conferenze dell’Hotel Sheraton Nicolaus  il Convegno-dibattito sul tema “IL CAMMINO DELLA LEGALITA’ DOPO LE GRANDI STRAGI DI MAFIA” , che ha ospitato tra i suoi relatori il Dott. Giuseppe Ayala, componente del pool antimafia di Palermo che negli anni ’80 rappresentò l’accusa nel maxiprocesso a Cosa Nostra, oggi giudice all’Aquila e l’Ing. Salvatore Borsellino, fratello del noto magistrato Paolo, barbaramente assassinato insieme con la sua scorta il 19 luglio 1992 a Palermo in via D’Amelio a seguito dell’esplosione di un’autobomba. La conferenza è stata moderata dalla Dott.ssa Stefania Ferrante, giovane giornalista barese ed è stata organizzata con il fattivo contributo dei soci consiglieri Emanuela Bellantuoni, quanto al coordinamento,  e Luigia Gabriele, per la realizzazione grafica e promozionale dell’evento.

In occasione dell’incontro il Dott. Ayala ha presentato per la prima volta al pubblico barese il suo libro  dal titolo “Chi ha paura muore ogni giorno”,  un percorso nei sentimenti e  un approfondimento sulle qualità umane, prima ancora che «professionali», dei due amici del pool antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutti i compagni di quella prima , grande e vittoriosa sfida alla mafia come Antonino Caponnetto, Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Piero Grasso, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.

La prolusione del Presidente Nazionale dell’Associazione Culturale Gens Nova Avv. Antonio Maria La Scala, organizzatrice dell’incontro, ha ricostruito le tappe fondamentali del c.d Maxi-processo, nome sotto il quale viene ricordato il processo penale tenutosi a Palermo nell’aula bunker, iniziato il 10 febbraio1986 e conclusosi  il 16 dicembre 1987 con la condanna degli esponenti criminali delle famiglie mafiose palermitane a 19 ergastoli, 2665 anni di carcere, undici miliardi e mezzo di lire di multa e con la declaratoria di 114 assoluzioni. La Corte era presieduta dal dott. Alfonso Giordano, affiancato da due altri giudici che erano i suoi “sostituti”, in modo tale da assicurare la continuità del procedimento nel caso in cui a Giordano fosse accaduto qualcosa di irreparabile prima della fine dello stesso. Le accuse ascritte agli imputati includevano 120 omiciditraffico di droga, numerose estorsioni, e, ovviamente, il nuovo reato di associazione mafiosa previsto dall’art.416 bis del codice penale.

Il giudice Giordano si guadagnò grande fama per essere rimasto paziente e corretto durante un processo con così tanti imputati. Sintomatici e caratteristici alcuni degli episodi vissuti da Giudici a causa del comportamento di alcuni imputati: uno si chiuse la bocca con delle graffette per segnalare il suo rifiuto di parlare, un altro mostrava segni di pazzia, urlava di continuo e ingaggiava lotte con le guardie anche quando indossava la camicia di forza, un altro ancora minacciava di tagliarsi la gola se una sua dichiarazione non fosse stata letta alla Corte, un altro invitava i propri congiunti presenti in aula a negare con pianti e imprecazioni la notizia del suo pentimento.

La maggior parte delle prove più significative provenne dalla testimonianza diretta resa da Tommaso Buscetta, un mafioso catturato nel 1982 in Brasile, paese in cui si era rifugiato due anni prima, da evaso, dopo essere sfuggito a una condanna per due omicidi. Costui aveva perso diversi parenti durante la guerra di mafia, tra cui due figli, e molti alleati, tra cui Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, ed aveva, perciò, deciso di collaborare con i magistrati siciliani per paura di perdere la propria vita e anche per convenienza dei privilegi che la collaborazione gli avrebbe garantito.

Il processo terminò il 16 dicembre 1987 e la lettura del dispositivo della sentenza, iniziata alle ore 19:30, si concluse in circa un’ora. Il processo d’appello, iniziato con insolita rapidità, denunciò che il procedimento di primo grado era stato condotto con un rispetto della procedura poco accorto e poco prudente da parte dei magistrati di primo grado. Tuttavia, la Cassazione confermò le sentenze di primo grado e, quindi, la bontà del lavoro svolto dal pool antimafia.

Nel Gennaio 1992, Falcone e Borsellino presero in mano i rimanenti appelli-stralcio del maxiprocesso. Non soltanto riuscirono a far rigettare molte richieste di appello, ma riuscirono ad agire anche su quelli che avevano avuto successo, così che molti mafiosi che erano stati da poco scarcerati, furono ricondotti in prigione in molti casi per il resto della loro vita.

Dal quel momento la storia della Repubblica Italiana avrebbe vissuto anni di incertezze e violenze, dettate da Cosa Nostra come estrema risposta alla tenace lotta della Magistratura e di tutte le Forze di Polizia per osteggiarne il dominio incontrastato.

Non è facile raccontare quegli anni, ricostruirne l’atmosfera, riportare nella giusta dimensione fatti e dettagli, testimoniare. Proprio questa, invece, è la molla più segreta contenuta nel libro del Dott. Ayala: rendere vicine nel ricordo e nel tempo due persone che hanno pagato con la vita la voglia di essere coerenti. È un Paese il nostro, in cui la memoria ha una breve durata. Si dimenticano in fretta le stragi, gli attentati, i morti ammazzati: mafia, camorra, n’drangheta purtroppo segnano ancora con episodi di vario genere, la nostra vita pubblica e privata, anche se le ultime catture dei boss o degli affiliati hanno sicuramente assestato duri colpi a queste organizzazioni.

Il libro è quindi sagacemente organizzato per capitoli e anche i titoli sono significativi: comincia con il racconto della strage di Capaci, la morte di Giovanni Falcone (rimasto ucciso con la moglie e gli uomini della scorta), per poi ripercorre a ritroso gli anni e gli avvenimenti precedenti. Il 23 maggio 1992 l’assassinio di Falcone, il 19 luglio quello di Paolo Borsellino: queste due date fissano, in apertura, i punti dolorosi e terribili da cui partire. Poi la nascita del pool antimafia, le vacanze trascorse insieme in libertà “vigilata”, vivere sotto scorta lunghi anni e dimenticare il sapore delle piccole cose. Quelle piccole cose che purtroppo, Salvatore Borsellino non ha mai potuto assaporare in compagnia del compianto fratello Paolo, e che ne hanno duramente segnato l’esistenza ma non fiaccato lo spirito e il morale. La relazione svolta dall’Ing. Salvatore, appunto, è stata forse il momento più commovente  e struggente di questo incontro: il dolore per la perdita di un congiunto,l’allontanamento dalla Sicilia, l’apatia, i sentimenti di rabbia e disillusione nel potere punitivo dello Stato e, infine, la voglia di reagire e ricostruire un mondo migliore ripartendo dai giovani e dalle loro speranze. L’energia emanata e profusa da quest’uomo riservato, schietto e determinato non possono lasciare indifferenti. Egli stesso parla degli anni seguenti l’attentato perpetrato nei confronti del fratello, definendoli di forte sbandamento e di inquietudine, frustrati …”dall’impossibilità di perforare il muro di gomma che lo separava dalla giustizia e dalla libertà “. Molti i quesiti che l’ing. Borsellino ha proposto alla riflessione del  pubblico e le rivelazioni sugli intrecci tra potere politico, mafia e apparati parastatali che tramano e tessono alleanze e strategie volte alla realizzazione di illeciti profitti e alla paralisi delle istituzioni. L’intervento si è chiuso con l’invito deciso a  desistere alle lusinghe del compromesso e della corruzione morale e materiale, perché mafia, malaffare e malavita non crescono e si sviluppano solo nel degrado e nel disagio, ma possono nascere  e radicarsi anche nella vita quotidiana, nelle attività apparentemente immuni dall’infiltrazione criminale e proliferare indisturbate fino a diventare consuetudine, sistema, istituzione.

Aldo Maria Fornari