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Una riforma “per la giustizia” di Tommaso Pontassuglia

Il 5 agosto 2008, con la legge di conversione 6 agosto 2008 n. 133 le Camere hanno definitivamente approvato il decreto legge del 25 giugno 2008 n. 112.
Con il provvedimento, sostanzialmente avente il carattere di una manovra di bilancio pluriennale, il Governo ha continuato a disciplinare alcuni aspetti in materia di giustizia.
In precedenza, infatti, l’azione del Governo aveva già prodotto il pacchetto sicurezza di cui alla Legge n. 125/2008, il ddl in tema di intercettazioni, e il Lodo Alfano (L. 124/2008).
È ormai diventata esigenza non ulteriormente procrastinabile una riforma “importante” della giustizia, sia sotto il profilo del buon funzionamento del processo, sia sotto quello, non meno importante, della riforma dei giudici.
Il dibattito è aperto: si va dalla richiesta di avvio del processo telematico, alla rivitalizzazione del processo del lavoro, alla semplificazione e/o riduzione del numero dei riti processuali, e, per altro verso, al tema della riforma della separazione delle carriere, dell’obbligatorietà dell’azione penale, del Consiglio Superiore della Magistratura, senza, infine, trascurare la riforma dell’accesso alla professione forense e dell’ordinamento professionale.
Non sarà inoltre sfuggita agli addetti ai lavori l’adozione da parte del Governo di norme che incidono pesantemente anche sulle risorse materiali e umane del settore Giustizia.
Questo è lo scenario di fronte al quale ci troviamo e l’impresa – immane ?? – da compiere.
Ben note sono le priorità nell’agenda del Ministro Alfano, e tra esse spicca la necessità di individuare sistemi efficaci per rendere la giustizia più rapida: “i cittadini – dice Alfano – meritano un processo più veloce e una giustizia più rapida per risolvere le loro controversie. Noi daremo un ventaglio di risposte sull’efficienza”.
A più riprese il Guardasigilli ha elencato gli obiettivi da perseguire: riforma del CSM, e ridefinizione dei suoi compiti, riforma del processo civile, con l’introduzione dell’e – justice, la semplificazione del rito e l’accelerazione dei processi, riforma del processo penale, con l’effettiva terzietà del giudice e l’obbligatorietà dell’azione penale, una efficiente gestione della spesa, con interventi sulle carceri e, in particolare sulle sedi disagiate.
Colpisce altresì l’accorato appello “per una azione riformatrice per rendere più efficace ed efficiente il sistema della giustizia, per la ricerca di soluzioni efficienti e il più possibile condivise”, a favore di “un uomo che trepida e che patisce il ritardo della giustizia cogliendo già in esso, nel ritardo, la negazione del proprio diritto e la frustrazione della propria pretesa”…
Perbacco…
Tutto questo, però, richiede necessariamente una profonda convergenza di interessi tra le forze politiche di governo, perché non appare superfluo precisare che a fare la riforma deve essere pur sempre il Parlamento.
Ed imprescindibile deve essere il ricorso al metodo del confronto continuo, sereno ed equilibrato, rispettoso delle reciproche sfere di autonomia delle istituzioni competenti, con la necessaria apertura all’intero mondo degli operatori del diritto, della magistratura e degli esponenti dell’associazionismo di categoria.
È ormai ben noto l’effetto indiretto delle disfunzioni del sistema giustizia, primo tra tutti l’incidenza dei risarcimenti pagati dallo Stato Italiano a seguito di condanne inflitte dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo per violazione dei termini di ragionevole durata del processo.
Di qui, per l’attuale Governo, la necessità di sperimentare soluzioni alternative, senza introdurre ennesime riforme del processo civile, intervenendo su risorse e strutture, proseguendo nell’opera di informatizzazione del sistema e ricercando forme alternative di risoluzione delle controversie (si parla infatti dell’introduzione del rito sommario e informale per le cause che hanno ad oggetto il pagamento di una somma di denaro, la possibilità che il testimone possa rendere la prova testimoniale per iscritto, senza recarsi nelle aule di giustizia, l’uso del mezzo telematico per le comunicazioni e le notifiche, l’ampliamento della giurisdizione dei Giudici di Pace, la valorizzazione delle ADR).
Questi, in linea di massima, i programmi, i progetti, le promesse e le illusioni.
In concreto, oggi, per coloro che guardano da un diverso osservatorio, la realtà parla di una giustizia sull’orlo di una crisi di nervi.
Poca (o nessuna) certezza del diritto e neppure della pena, processi arretrati e pendenti in numero infinito, risorse umane insufficienti e demotivate, risorse materiali e finanziarie con la spia della riserva accesa da tempo.
C’è un passato rapporto sullo stato della Giustizia che racconta di 1512 edifici giudiziari (a proposito, e del nostro che si dice??) a rischio chiusura in quanto inagibili e non a norma, carenze di organico nel personale in servizio e nei ruoli della magistratura, drastici tagli negli stanziamenti per l’acquisto di beni e servizi, in particolare per l’acquisto di tecnologie informatiche, 276 condanne inflitte allo Stato Italiano dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo a causa della lentezza dei processi e dei danni che la giustizia provoca ai cittadini.
Il circolo vizioso si autoalimenta: ingolfamento dei tribunali, lunghezze processuali, carceri sovraffollate, aumento del numero dei reati.
Altro osservatorio, altra visione, altra ricetta: si afferma che il sistema processuale italiano è farraginoso e complesso come in nessun altro paese europeo, sia nel civile, per la stessa varietà dei riti, sia nel penale, dove la procedura “è diventata un oceano per eccezioni di ogni tipo”: in questo scenario il confine tra garanzie e formalismi diventa labile e sottile.
Si auspicano interventi in ambiti diversi, di politica sociale e criminale, si suggerisce che “per certe cose il risarcimento o la riparazione possono valere più del processo e del carcere”, e che “forme alternative di tutela (accertamenti tecnici, mediazioni, tentativi di conciliazione preventiva, interventi arbitrali, etc.) sono più utili e soddisfacenti della soluzione processuale”.
Proviamo per un attimo a sdrammatizzare: ricorderete certamente lo spot di una nostra ex municipalizzata, circolato in tv poco tempo addietro.
Alcune casalinghe illustravano la loro personale ricetta per la preparazione di una nostra pietanza locale.
Tante casalinghe, tante ricette: abili mani miscelavano diversamente gli stessi ingredienti per ricette l’una diversa dall’altra, per giungere tutte alla preparazione della medesima pietanza, e per ognuna, la propria era quella migliore, “una cosa mondiale!”.
Bene, ancora una volta sembra di assistere allo stesso scenario: ogni governo che si succede afferma di aver trovato la ricetta giusta, la soluzione adatta, miscelando ingredienti in fin dei conti già conosciuti.
Aspettiamo che qualcuno trovi la ricetta giusta, la formula adatta, la più condivisa.
L’obiettivo, una volta tanto, che sia la riforma “per la giustizia”, e non solo “della giustizia”.

Tommaso Pontassuglia