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Cronaca dell’Ottocento: un caso di malasanità del 184 di Stefano De Carolis

La morte di donna Isabellina tra ignoranza e pregiudizi

Pietro Nicola Favale e Donatantonio Soria, medici cerusici di Gioia, pubblicano nel 1847 due memorie per chiarire “ai colti e benemeriti medici” della provincia di Bari e “ai Sommi Professori” di Napoli le cause della morte della piccola Isabellina Franchini, nata a Napoli nel 1843 dal turese Scipione – esponente di spicco della classe dei maggiorenti turesi – e dalla nobildonna Adele Como, dei duchi di Casalnuovo di Napoli.
I due interessanti libretti gettano luce su una storia di contrasti tra dottori – che oggi probabilmente definiremmo di ‘malasanita’ – avvenuti ai danni di una povera bambina di appena quattro anni, che la medicina di allora, ancora del tutto “empirica”, non seppe guarire, portandola piuttosto alla morte dopo atroci sofferenze. I fatti raccontati, e aspramente commentati nelle due pubblicazioni, avvennero a Turi nel palazzo di don Scipione Franchini, in strada San Giovanni (ora via Maggiore Orlandi) tra marzo e aprile del 1847, anno che registrò ben 227 decessi, tra cui molti bambini.
*
Donna Isabellina era già al 7° giorno di malattia, quando vennero chiamati a consulto i dottori Favale e Soria. Aveva la febbre, la lingua patinosa e molle; e poi tanta sete, dolor di testa, ventre gonfio e duro, dolori addominali e qualche colpo di tosse, anche se le funzioni polmonari risultavano normali. La prima diagnosi dei due dottori affermava trattarsi di “febbre gastrica remittente”. Al mattino, perciò, si decise di praticarle un salasso con l’ausilio di una sanguisuga posta direttamente sulla parte gonfia e dolente dell’intestino; il giorno seguente le fu dato del “mercurio dolce nello sciroppo di cicorie di Nicolò”. E in serata, con gran sollievo dei genitori, si videro già dei miglioramenti: l’addome della bimba non era molto gonfio e i dolori viscerali erano diminuiti; la febbre risultava sotto controllo e la tosse assente. L’ottimismo era alle stelle, tanto che don Guglielmo De Donato, anch’egli medico, con molta allegria già chiedeva all’amico Scipione di organizzare una festa da ballo per festeggiare la guarigione della bimba.
L’entusiasmo, tuttavia, scemò ben presto. Al 10° giorno di malattia furono notate continue “dejezioni ventrali e sempre con moccio”, accompagnate da dolori ventrali, nonostante sin dall’inizio della malattia la bambina avesse preso ben otto purghe prescritte dal vecchio medico di famiglia Giacomo Zita, che aveva invece diagnosticato “febbre gastro-biliosa con complicazioni reumatiche”.
In casa, in quel momento, al capezzale di Isabellina – “I medici di qui non mi sanno togliere questi dolori”, aveva più volte sussurrato la creatura – erano presenti parecchie persone: don Guglielmo De Donato (nipote del dott. Zita), don Cesare Montaruli di Ruvo, don Francesco Cassano di Gioia e don Domenico Nardelli di Turi. E dopo un consulto – con molta cautela, vista la gravità della situazione – i dottori Favale e Soria impartiscono alcune disposizioni circa la cura da effettuare, bandendo però del tutto le purghe. Quando, però, il dott. Zita ritorna a far visita alla piccola paziente – probabilmente indispettito dal mancato invito al consulto medico, del quale era stato messo al corrente solo dal nipote Guglielmo – decide con caparbietà di contrastare le prescrizioni dei colleghi, infierendo sulla bambina con purghe di varie misture: “…mezza oncia di cremore di tartaro con rabarbaro e nitro, laudano, magnesia, olio di ricino, alcune pezzettelle di mercurio dolce, dia gridio che davano senso di menta piperita, tartaro stibiato, polvere di radice d’ipecacuana e una dramma e mezzo di cremore di tartaro diluito da bere in 24 ore”.
E’ evidente ormai che il parere di Favale e Soria non coincide affatto con quello del medico di famiglia, il quale nella prima fase della malattia aveva parlato di “pleuro bronchite napoletana” e di problematiche legate ad alimenti indigesti, da curare a base di solo purghe.
Il dott. Soria ritorna a Turi per la seconda volta al 32° giorno di malattia: “Salimmo su la casa Franchini con il dott. De Donato, unitamente entrammo nella stanza dell’ammalata, la piccola aveva la faccia tumida, febbre, sete, dolori di capo con regolari funzioni mentali, il fegato esporto in fuori dal lembo della costa per tre dita, era dolente, l’intestino dava dejezioni fetentissime, il respiro normale il decubito difficoltoso sulla parte dell’intestino. Si notava ancora che il cuore alcune volte era in trambusto, i polsi celerissimi, le orine paleari”.
Lasciata la stanza della piccina sofferente, giù nella galleria prima di varcare la soglia del palazzo, ad Antoniuccio Gonnelli che, preoccupato, domandava circa le condizioni della bambina, Soria e De Donato risposero senza speranza: “Son compromessi i suoi giorni”.
Vista perciò la gravità del momento, si decide di richiamare il dott. Favale il quale, nelle prime ore del 33° giorno di malattia, “toccò e osservò il precipizio”, confermando la diagnosi della febbre gastrica accompagnata da uno stato infiammatorio del fegato.
Incredibilmente, a tale quadro clinico il piccato dott. Zita – che secondo il Favale “non toccò mai il fegato della piccola” – rispose con altre purghe, tanto da far esclamare agli increduli medici presenti: “…noi rabbrividimmo nel sentire parlare ancora di purganti…E purga oggi e purga domani si sacrificava un’angiola del Paradiso”.
Il dott. Favale consigliò a questo punto di far fare alla bambina alcuni bagni con “un’aura di terra fogliata di tartaro”, ma Zita vi si oppose “per empirismo e capriccio”. Ma la discussione sul da farsi, con soluzioni contrastanti di ‘compromesso’, finirono per non portare nessun giovamento alla sofferente Isabellina e perciò si propose di somministrare “un granello di mercurio dolce e di porre alcune sanguisughe sulla pancia”; si usarono alcuni “cataplasmi di cicuta” con molto umido per avere l’effetto di un bagno; infine, sulla parte esterna in corrispondenza del fegato, fu messa ancora della cicuta e della pomata mercuriale.
La notte seguente fu “strazievole”. La bimba, ormai vicina alla morte, aveva forti dolori intestinali accompagnati da gonfiore e tensione addominale. Ogni medicamento venne sospeso, limitandosi soltanto ai “cataplasmi” sulla pancia gonfia.
Al mattino del 12 aprile, ultimo giorno di vita di Isabellina, il dott. Zita, nonostante le compromesse condizioni a livello dell’intestino, caparbiamente ripropose una “soluzione tartarizzante con polvere di James e mercurio dolce”. Alle ore 15.00, i dolori intestinali si intensificarono nuovamente. Seguì l’abbandono e il dolce sonno. Dopo due ore la bimba spirò, ponendo fine alle sue sofferenze, alle dispute mediche fuorviate dai capricci e dallo stupido orgoglio professionale di uomini che non seppero fare i dottori.
“…in molte circostanze sembra che i medici si dimenticano dell’esistenza della membrana mucosa gastro-intestinale e molte volte una vita è in conseguenza sacrificata all’empirismo, al caparbio pregiudizio o all’ignoranza” (G. Stokes).

Stefano De Carolis